Block Notes

Chi difende che cosa?

di Mauro Carena

 

 

 

 

 

  

Cancellare i piccoli Comuni significa non conoscere la storia e la geografia dell’Italia, specialmente delle montagne. Tagliare queste realtà significa ignorare quanto sia sbagliato cercare di fare cassa sradicando comunità, indebolendo i territori, annullando centri fondamentali che custodiscono genti, saperi, tradizioni, ossia l’essenza dell’Italia.

 

Proprio Panorami, dunque, non può che trovarsi in prima linea ad avversare riforme che offendono il buon senso, ma occorre anche in questo caso andare oltre banali concezioni di principio. Non intendo, quindi, soffermarmi su fatti ormai noti quali la circostanza che i Comuni in Italia siano 8.094, ossia in misura inferiore a quelli di tanti altri Stati europei: in Austria sono 2.357 i comuni su 8.360.000 abitanti, in Germania 12.104 su 81 milioni, in Francia 36.680 su 64 milioni, in Svizzera 2.596 comuni su 7 milioni, in Spagna 8.116 comuni su 45 milioni. Altrettanto è ovvio come i costi della politica da tagliare siano ben altri rispetto a quelli di consiglieri, assessori e sindaci dei piccoli Comuni, i quali sono spesso volontari dell’impegno civile nei loro paesi.

 

Potremmo quindi elencare i veri sprechi ed i costi eliminabili di tante altre istituzioni, chiederci quale sia il ruolo attuale di Prefetture e Province, domandare come sia possibile che in epoche di sbandierato federalismo proprio gli enti locali subiscano accorpamenti e tagli ai trasferimenti. Per essere credibili occorre, però, anche parlare di efficienza e, quindi, concepire i Comuni moderni non come isole, bensì enti che devono imparare a dialogare tra loro, a svolgere servizi associati fra Comuni per migliorare il risultato per i cittadini. Occorre chiederci se abbia un senso in piccoli Comuni pagare il segretario comunale ed anche le indennità ai dirigenti (che spesso sono dirigenti di se stessi).

 

Vi è poi il capitolo più delicato che, allorquando si tratta l’argomento enti locali, tutti fingono di non vedere. Siamo sicuri che l’ANCI ( Associazione Nazionale Comuni Italiani) nello svolgere le sue funzioni ordinariamente si preoccupi dei piccoli comuni e non sia invece ben in mano alle grandi città ed ai partiti, i quali ne condizionano l’operato? E’ dunque questo il soggetto migliore per fare da sindacato ai piccoli? Che tristezza, poi, quei parlamentari della maggioranza di Governo divisi tra il ruolo di sostenitori (come da indicazioni delle segreterie di partito) delle leggi che accorpano Comuni e tagliano finanziamenti e quindi sulle barricate a far manifestazioni contro le leggi della loro stessa maggioranza. Non sarebbe più serio lasciare una delle poltrone divenute contrapposte, almeno in apparenza? Macché; ed allora ecco gli stessi soggetti che divengono, a seconda del momento e nelle stesse giornate, di governo e di protesta.

 

Ed anche nell’UNCEM (Unione Nazionale Comuni ed Enti Montani), accanto a validi e convinti soggetti, si aggirano personaggi da convegno, ossia gente abituata a pestare acqua nel mortaio, pronta a scandalizzarsi per le riforme proposte in materia di enti locali, ma ben attenta a non presentare mai una propria proposta per timore di scontentare qualcuno e compromettersi la rielezione alla carica. Insomma, con l’occasione del dibattito in corso sui Comuni si potrebbe cogliere il momento storico per attuare finalmente una riforma federalista e, magari, per fare un poco chiarezza su chi sta difendendo che cosa.

 

 

Luglio 2011

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