Un'avventura alle porte di casa

di Daria Fava

Guardando dal terrazzo di casa verso il Musinè, imbiancato dall’ultima nevicata, con gli alberi ancora coperti dal candido manto, al mantenimento del quale hanno senz’altro contribuito le recenti algide temperature, il mio pensiero va a ritroso nel tempo (molto a ritroso…). Eravamo certamente più giovani, e sicuramente più avventurosi, forse anche perché meno condizionati da acciacchi e problemini collegati al peso anagrafico dell’età.

Il venerdì sera era trascorso come di prammatica con gli amici presso la sede del CAI locale a parlare, guarda caso, di montagna: Michele e Ugo ci avevano raccontato entusiasti la loro avventura sci alpinistica al Musinè. La salita in sci, assolutamente inusuale, era stata resa possibile dall’eccezionale nevicata che aveva praticamente paralizzato le nostre zone. Il venerdì mattina di buon’ora avevano calzato sci e pelli di foca ed erano saliti in vetta: avventura fantastica, era sembrato loro di trovarsi in pieno Canada, ma con vista su Torino, la collina, i paesi della pianura e la Valle di Susa con l’arco delle nostre belle Alpi.

Il sabato mattina, lo spiritello avventuroso che si annida in tutti noi appassionati della montagna, ci spronò alla levataccia indispensabile al compimento dell’impresa, in una giornata che per l’occasione si presentava splendida. Seguendo le indicazioni dei volonterosi benefattori che con grande fatica avevano battuto pista il giorno precedente, ci infilammo, dopo aver oltrepassato la costruzione del serbatoio dell’acqua, su per il versante orientale del Musinè. Alla nostra sinistra la cresta dell’itinerario di salita più frequentato dai normali escursionisti, che dalla mulattiera che ha inizio presso il Campo Sportivo di Caselette, raggiunto il Santuario di Sant’Abaco, prosegue seguendo quasi fedelmente la dorsale fino alla sommità. Alla nostra destra, in lontananza, la cresta che dal Truc d’Muncalv raggiunge Pian d’le Feje e di qui la vetta.

Noi, al centro, in un mondo completamente invaso dalla neve, con i quercioli, le rade betulle e i rarissimi pini praticamente sepolti da essa, a seguire con la massima precisione quella benedetta traccia indispensabile per procedere, specie per chi la falcata lunga proprio non l’aveva. E il silenzio ovattato, rotto dai tonfi smorzati della neve che iniziava a cadere dai rami. E qualche frullio d’ali di uccellini stupiti da questo nuovo mondo immerso in un candore abbagliante. E questo cielo blu sopra di noi, senza una nuvola, che contrastava con il bosco che un gigante impazzito sembrava aver ricoperto senza cognizione alcuna di panna montata…E che contrasto, il pensare che d’estate quello era il regno delle lucertole, delle bisce e degli insetti, arido e quasi completamente ricoperto dall’erba e dai rovi! I cambi di direzione, notevolmente malagevoli nel bosco fitto di arbusti e nel groviglio dei rami, la pendenza che salendo s’impennava sempre di più rendevano l’avventura, oltre che …avventurosa, anche decisamente faticosa.

L’appagamento derivante dall’ammirare il panorama sulla città e la collina alle nostre spalle e lo splendido ambiente che ci circondava era però un viatico che smorzava la fatica e attenuava il bruciore dei muscoli. Fino a intersecare la cresta all’altezza dell’ultimo colletto appena sotto la grande croce, dove ci raggiunsero altri due ardimentosi, Ilio e un amico, che si unirono a noi per l’ultimo strappo. E finalmente la vetta, la croce e il panorama circolare così consueto e tuttavia così insolito sotto questo nuovo aspetto nordico: uno spettacolo! La sensazione di aver fatto qualcosa che probabilmente non avremmo più potuto ripetere, qualcosa che non avevamo mai immaginato di fare, data l’eccezionalità delle precipitazioni nevose, dava un sapore tutto particolare a quei momenti. Ancora adesso, a tanti anni di distanza, il ripensarci mi fa sorridere e mi restituisce l’emozione e l’entusiasmo di allora.

La sosta fu molto breve, giusto il tempo di togliere le pelli e di mettere qualcosa sotto i denti, ai piedi della croce che non ci sembrò mai più così bassa: data la quota modesta (1150 m) era indispensabile scendere al più presto, prima che i raggi del sole cuocessero la neve. La prima parte di discesa, notevolmente travagliata, sfruttò l’incassato canalino che scende a sud ovest verso Almese, affollato di troppi arbusti, poi i pendii a sud, con neve quasi trasformata, ci offrirono incredibilmente la possibilità di fare ottime e divertenti curve. Avremmo desiderato un maggiore dislivello in discesa, ma non si può avere tutto: e quel giorno avevamo già avuto molto. Scendemmo assaporando ogni curva fino a incontrare la pista tagliafuoco, che ci ricondusse senza problemi al campo sportivo di Caselette e al Viale S. Abaco.

Un solo rimpianto, quello di non aver scattato un maggior numero di diapositive con la vecchia Rollei in quel lontano febbraio 1986, perché davvero, mentre buona parte delle escursioni sulle nostre montagne tutti noi le abbiamo fatte e rifatte, gustandole sempre e comunque anche se con sensazioni diverse a seconda delle situazioni, per questa non credo proprio che noi avremo una seconda possibilità.