La porta dell'esempio
di Mauro Carena
Trattare di politica economica delle montagne, delle vallate, di politica per la cultura, in un momento di grande animazione come quello che stiamo vivendo, può apparire difficile per un bimestrale come il nostro. Eppure, triste dirlo, c’è l’immobilismo del non fare, quasi tutti i parlamentari non hanno alcun riferimento sul territorio per sentire che cosa serve, non vengono scelti dalla gente e quindi rispondono a pochissimi capi partito.
La Regione non pare avere soldi, le Province bisognava abolirle (era nel programma di chi ha governato), ma poi nulla si è fatto. Camera dei Deputati e Senato hanno lo stesso numero esorbitante di componenti e, soprattutto, non si differenziano nei compiti.
Dal 1861 al 1870 sono state fatte, nell’allora neonata Italia, riforme e infrastrutture che ancora oggi sono l’ossatura del nostro Paese: nell’epoca di internet ben poco o nulla.
L’economia sana deve avere per baricentro la produzione, il lavoro vero (e in sicurezza), manufatti, servizi, non la finanza o la speculazione nelle Borse.
Viviamo in una campagna elettorale permanente e nulla si realizza per abolire l’IRAP, per tassare le rendite finanziarie, per sostenere le famiglie o le piccole e medie imprese.
Siamo la Nazione che ha il più alto numero di brevetti depositati, ma poi non li realizziamo perché non finanziamo la ricerca applicata.
Ha fallito l’attuale modello politico bipolare e chi ha chiesto i voti per realizzare la rivoluzione federalista e fiscale, deve ammettere di non averla realizzata: le regioni a Statuto Speciale sono sempre soltanto quelle, nei Comuni i soldi scarseggiano ancora di più, gli enti inutili non sono stati aboliti, i piccoli imprenditori e gli agricoltori e tutti quelli delle partita iva, hanno visto aumentare la burocrazia, non semplificarsi.
Agitare paure e razzismo, cercare sempre un colpevole per evitare di affrontare i problemi e risolverli, non ci aiuta.
Grazie all’Alta Velocità, Torino, Milano, Venezia, Roma sono più vicine, ma proprio i trasporti locali sono peggiorati, altro che regionalismo: vado veloce da Torino a Roma, ma da Susa, Lanzo, Pinerolo, Saluzzo a Torino è sempre peggio.
C’è da salvaguardare l’ambiente, che da noi significa conciliare la montagna con la pianura, incrementare l’agricoltura.
C’è da comprendere l’importanza della cultura e dell’arte per il nostro turismo e per l’economia, ma anche per la qualità della vita in Italia che non si misura solo con il Prodotto Interno Lordo.
Innovare e governare i cambiamenti, il lavoro, sostenere le fasce deboli, porre i giovani come questione sociale, richiede un progetto Paese capace di suscitare passione civile, sociale e politica.
Non si può pretendere dalle categorie produttive, dalla gente comune, comportamenti civili, impegnati, responsabili, rispettosi, quando l’esempio della politica e degli uomini pubblici è quasi sempre il contrario.
Non ci servono scontri da stadio fra opposte tifoserie, ma la forza delle idee.
La moderazione non significa indecisione e neppure atteggiamenti che tendono a proteggersi dai rischi e non prendere decisioni. La moderazione politica significa difendere il pluralismo e la libertà di scegliere, non è meschina, ma è rischio di scegliere, di agire conciliando e componendo.
A chi si rifugia nell’individualismo ed è deluso, a chi si sente estraneo alla politica, a chi non sa più che cosa significhi sinistra, centro e destra, dobbiamo parlare un linguaggio nuovo, concreto, motivato, ricco di ideali quali quelli che animano le nostre associazioni, il volontariato, i tanti che con fede (laica o religiosa) continuano ad operare in silenzio per il bene comune nella loro vita.
Occorre coerenza, occorre la forza della concretezza e dell’esempio, occorrono persone vere: ed allora ai nostri lettori vada il più sincero augurio di Buon Natale e, tutti insieme, lavoriamo affinchè sia uno splendido Anno Nuovo.
Novembre 2010