Block Notes
Se la montagna...naviga
di Mauro Carena
Quando si domanda a chi la montagna non la vive e non la frequenta che cosa gli viene in mente pensando alle Alpi, ci si imbatterà sostanzialmente in luoghi comuni. Il primo è diventato ormai un classico, e nasce nel secolo scorso, quando le nostre montagne divennero meta del turismo di massa: si tratta della montagna–loisir, del parco giochi dello sci, dell’ebbrezza di un pendio innevato da frequentare per un breve periodo di divertimento, ma senza realmente viverlo. Sicuramente è ancora uno stereotipo molto diffuso, che non esaurisce la realtà delle nostre montagne, ma che per molti anni è stato praticamente l’unico modello di montagna conosciuto al grande pubblico, anche se in realtà le costruisce intorno tutta una serie di caratteristiche che in origine non le appartenevano ma che hanno una chiara origine commerciale.
Oggi, però, anche gli operatori turistici, grandi promotori di questo modello, si sono resi conto che si tratta di uno stereotipo che non basta più a vendere il loro prodotto. Si tratta infatti di un modello troppo poco identificabile, caratterizzabile, che non dà al turista nessun elemento per scegliere una località rispetto ad un’altra. I prati in pendenza che diventano in inverno piste da sci ci sono in tutte le Alpi, ma ad esempio la cucina tipica è una caratteristica peculiare di ciascuna località, così come la tradizione, l’arte e la cultura. Oggi il turista cerca altro, vuole una vacanza coinvolgente, a tutto tondo, e anche la comunicazione è cambiata di conseguenza.
Ma questo spostamento, evidente nella comunicazione pubblicitaria, esaurisce le potenzialità comunicative della montagna? Evidentemente no. E questo soprattutto per un motivo: questa montagna, in parte inventata, in parte anche autentica nelle tradizioni e nella cultura, non è però la montagna di chi la vive tutti i giorni.
Non ci facciano all’estremo opposto credere, ad esempio, che una giovane mamma delle nostre Valli vada a portare il figlio a scuola vestita nell’abito tradizionale del suo paese o al supermercato parli con la cassiera in patois, per poi andare a casa a filare la lana. Oppure, ancora peggio, che fosse migliore il tempo in cui si viveva così, come spesso viene suggerito in questo secondo modello stereotipato di rappresentazione delle valli alpine. Questa, non è assolutamente la nostra montagna ed è sbagliato proporre solo il modello alla “Lassù gli ultimi”, esattamente come lo è mostrare solo alberghi di lusso e piste da sci. Resta il problema che, allora, l’immagine corretta di una montagna che supera gli stereotipi per dare dati concreti, per raccontare l’economia, la società che cambia, la vita vera delle comunità montane, non c’è. In diversi contesti, anche politico-amministrativi, si riduce questa considerazione al lamento della scarsa attenzione dimostrata dai mezzi di comunicazione per le zone montane.
Ma la comunicazione ha molte sfaccettature, non si può esaurire nei giornali e nei mezzi di informazione, che pure si curano sicuramente poco di quello che accade nelle Valli e sulle vette. Anche chi in montagna ci abita rischia di conoscere meglio New York che la Valle accanto al suo paese. Questo perché nel mondo si sono creati dei grandi hub, centri mondiali della comunicazione, in cui si concentrano fisicamente reti televisive, giornali, agenzie di stampa, ma anche case di produzione cinematografica, agenzie pubblicitarie, case editrici. Chiaramente tutto questo sistema diventa autoreferenziale: facilmente i giornalisti parleranno di cosa accade sotto la loro redazione, un film avrà più facilmente un’ambientazione vicina fisicamente e culturalmente al suo produttore, per una pubblicità si utilizzeranno stereotipi comuni e condivisi dalla comunità cittadina che l’ha prodotta.
Rispetto a questi spazi, la montagna ha sicuramente uno svantaggio di fondo. La distanza fisica. Perché un fatto, anche di cronaca, accaduto in montagna faccia notizia, deve essere estremamente più clamoroso di un fatto accaduto in città, che finisce sul giornale il giorno dopo appena abbia gli elementi di notiziabilità. Perché?
Tornando al paragone della piazza, se ci si trova al centro basta parlare a voce un po’ più alta e un numero di persone maggiore può sentirti. Se invece ti trovi ai margini del perimetro, quasi fuori dal perimetro, devi alzare la voce molto di più. Sembra una considerazione banale, ma ha delle conseguenze importantissime. Il mondo infatti è sempre più un “villaggio globale”, come lo definiva lo studioso della comunicazione Marshall McLuhan già nel 1968, facendo riferimento all’annullamento delle distanze fisiche prodotto dalle tecnologie. Oggi, però, mentre da un lato questo “villaggio” diventa sempre più piccolo, perché i nuovi mezzi di comunicazione sempre più sincroni (come ad esempio le chat, i social network, ecc.) riducono non solo le distanze fisiche, ma anche i gap temporali della comunicazione, si rischia di creare attorno a questo villaggio una estesa periferia, che da questo flusso comunicativo resta esclusa. La montagna corre il pericolo di finire ai margini, se non saprà ricavarsi uno spazio in questo nuovo panorama comunicativo.
I nuovi mezzi di comunicazione secondo alcuni studiosi permetteranno infatti una completa delocalizzazione della comunicazione, perché per lasciare il proprio messaggio sulla piazza globale di un social network o per aprire un sito internet non è necessario trovarsi in centro città. Basta una connessione, e si può fare anche guardando il tramonto da un rifugio di montagna. Al di là delle problematiche tecniche, sicuramente risolvibili, non si tratta però, forse, ancora di una rivoluzione completata. La rete è come un grande cortile, in cui le voci di tutti si sovrappongono e le informazioni, anche le più contrastanti, si accavallano. Saranno forse i cosiddetti “nativi internet”, i ragazzi che oggi vanno a scuola e che hanno avuto pratica delle nuove tecnologie fin da bambini, a riuscire a mettere un po’ d’ordine e di criterio nella rete.
Per il momento, comunque, non si può ignorare questa sfida, se è vero che, come dimostra l’ultimo rapporto sui consumi mediatici del Censis, i social network sono in continua crescita e internet ruba tempo e spazio alle altre attività, prima tra tutte la lettura: ben il 42,4% degli iscritti a Facebook afferma di dedicare meno tempo a questa attività.
Panorami non si tira indietro: nasce il nostro nuovo sito, uno spazio aperto, come è sempre stata la nostra rivista, a tutti quelli che vogliono portare il loro contributo di ottimismo sulla vita vera di chi nelle vallate alpine risiede, lavora, o trascorre una meritata vacanza. Panorami ha sempre cercato di raccontare quello che pochi riportano, ma molti pensano e credono, e vuole continuare a farlo, cercando di cogliere le opportunità offerte dalle nuove tecnologie, per dare il suo piccolo contributo nello scongiurare per la nostra montagna quella condizione che già Oscar Wilde individuava come la più sfavorevole: “Vi è solo una cosa al mondo peggiore del far parlare di sé, ed è il non far parlare di sé” (Oscar Wilde).
Dicembre 2009
