La Bealera di Rivoli

di Riccardo Chiarle

Pier Aldo Bona riporta  le parole di Giuseppe, figlio dell’ultimo mugnaio di Cavigliano, Benedetto Neirotti, incontrato nel febbraio del 2007: “ Noi affittavamo il mulino dal Municipio di Rivoli. Per contratto dovevamo pulire la bealera e per due settimane il mulino rimaneva inattivo; allora noi che facevamo anche i commercianti in granaglie, cercavamo di macinare presso altri molini, arrangiandoci un po’. Si andava a Sangano, Rivalta, da altri mugnai per non deludere i nostri clienti abituali. Macinavamo, quando tutto andava bene, anche 100-150 quintali al giorno di cereali, la maggior parte dei quali per l’alimentazione animale. Si iniziava il lavoro alle 6/7 del mattino, la ruota grande macinava le granaglie dure (anche 4 quintali l’ora), quella a turbina (poteva azionare anche una sola macina per volta) serviva per fave, orzo, biada, castagne.”.E ancora: “Nel nostro mulino avevamo anche noi il tritatutto. Era un dispositivo che frantumava tutto: lo chiamavamo niagara , macinava tutto , chicchi di mais e tutoli insieme, anche il fieno.

La nostra attività è cessata nel 1967.  Il mestiere non era più conveniente, e poi tutti i contadini ormai avevano il trattore e macinavano le granaglie per conto proprio con il mulino a martinetti azionato dal nuovo mezzo agricolo...”. Questa testimonianza rende bene l’idea di quale ricaduta avesse la bealera sulle attività  agricole e fa meglio comprendere anche la storia della sua gestione, nonché delle innumerevoli liti sorte nel corso dei secoli  tra i fruitori della preziosissima  acqua.

La bealera non era importante però solo per le attività agricole. Anche le segherie sfruttavano la forza dell’acqua. le prime risalgono appunto al 1300. Spiega Pier Aldo Bona: La ruota idraulica muove un meccanismo biella-manovella che trasforma il moto rotatorio in rettilineo-alternato, e lo trasmette ad un telaio verticale portante una lama che taglia il tronco posto in orizzontale sopra un carrello. Un semplice ma ingegnoso meccanismo sfrutta l’oscillazione del telaio che porta la lama e permette l’avanzamento del carrello verso la lama stessa. Ancora oggi nei paesi del nord Europa funzionano le stesse macchine senza sostanziali mutamenti”.

La forza idraulica poteva far girare le macine per la canapa. Lo stesso sistema usato per i frantoi per le olive, rispetto ai quali cambiano solo le dimensioni delle macine. Si pestavano l’orzo e il grano oppure le noci, che dopo venivano ancora spremute sotto un torchio a vite per ottenere l’olio. Sempre il prof. Bona  ci ricorda un olio particolare che poteva essere estratto dai noccioli delle prugne:  “l’olio di marmotte” (dal termine francese marmotier, nome del pruno selvatico) nonché il sidro o aceto che si otteneva dalle le mele....

La bealera diventa insomma anche un veicolo attraverso il quale possono arrivare a noi le vite dimenticate dei nostri nonni e bisnonni, di chi faticava in modi e  quantità  che oggi sarebbero  inaccettabili per i più ma che per quei tempi erano la norma.

Né la Bealera di Rivoli è una struttura abbandonata. Gli utenti iscritti nel 2009 a ruolo  sono ben 390 e la superficie complessivamente irrigata è di circa 5.300.000 mq per coltivazioni prative e mais. Il Consorzio irriguo e di miglioramento fondiario della Bealera di Rivoli  che la gestisce

ha una natura giuridica privata, la cui direzione e amministrazione appartiene ai proprietari dei terreni che hanno diritto all’irrigazione. Il Consorzio in passato ha anche messo mano al portafogli:  nel 1995 ha speso 190 milioni delle vecchie lire per costruire la nuova derivazione delle acque dalla Dora, in località Villa Quagliotti di Sant’Ambrogio, essendo le precedenti traverse irrimediabilmente danneggiate dalle esondazioni del ’93 e del ’94. Non basta. Nel 2000 e 2001 nuove alluvioni hanno causato altri danni lungo il percorso, richiedendo interventi costosi di ripristino e ricanalizzazione di molti tratti della bealera.            Non mancano le idee per un futuro brillante di fruizione non solo agricola della bealera. Paola Bonzanino ci spiega che già nel 2006 la Regione Piemonte ha promosso un programma territoriale integrato chiamato “Progetto metromontano”, che coinvolge un territorio di 30.000 ettari e una popolazione residente di circa 300.000 abitanti. Questo progetto si propone di istituire un’area protetta con funzioni di salvaguardia ambientale, naturale e paesaggistica, nonché di fruizione controllata turistico-ricreativa e per il tempo libero e di sviluppo di attività produttive agro forestali ecocompatibili. In questo contesto si potrebbe pensare “a una nuova pista ciclabile che costeggi la Bealera di Rivoli tra i campi irrigui e che potrebbe collegare la zona sud-est della città con il Sangone. Di più difficile realizzazione è il prolungamento dell’ipotetica ciclopista verso il centro abitato rivolese poiché la Bealera in questo Comune è stata in molti punti interrata e inserita tra l’abitato di nuova costruzione.”. Vedremo. Per intanto conviene munirsi di una carta militare al 25.000, del libro della mostra (Blu Edizioni) che è  una guida preziosa,  curato da Cristina Bertolino, Paola Bonzanino ed Edoardo Zanone Poma, e avviarsi lungo i 25 km del canale alla ricerca della Bealera di Rivoli, delle chiuse,  dei “suoi” prati e dei campi, delle belle piante che spesso la accompagnano. Tutto con la prudenza e il rispetto per la natura  che ormai dovrebbero essere scontati  per ogni “turista evoluto” ma che vale sempre la pena di ricordare. Cercando il canale si trovano molti frammenti di silenzio e di pace in una natura nascosta, quasi fuori dal tempo, lontano dai flussi rumorosi del traffico di auto e camion che si vedono transitare in lontananza, come in  un cartone animato. Questi momenti sono  in grado di costruirci dentro uno spazio dove trovar sollievo dalle assurde  frenesie di ogni giorno. Alcuni potrebbero addirittura riconoscere  in questa esperienza il  riflesso del  senso più vero dell’esistenza.