I tesori nascosti di Reano
di Riccardo Chiarle
C’era una volta un viale alberato maestoso e adagiato in mezzo ai rilievi collinari coperti di boschi interrotti qua e là dai campi coltivati o dalle vigne. I nonni raccontano che i bambini, ancora negli anni trenta e quaranta, venivano condotti lì dai paesi vicini per imparare ad andare in bicicletta, tanto era pianeggiante, liscio e senza sassi il terreno. Il viale portava all’ingresso di un Castello. Un vero Castello medioevale con tanto di torri merlate e mura fortificate. Sembra lo scenario di una fiaba e invece è realtà. Il viale esiste ancora. E pure il Castello, che anzi in questi giorni (fine ottobre) è oggetto di opere di manutenzione. Chiunque lo può ammirare recandosi nel territorio comunale di Reano, magari passeggiando lungo la strada che porta alla chiesa di s.Giorgio, dalla quale si ha una bella prospettiva proprio sul Castello, adagiato “in un antichissimo anfiteatro morenico, al centro di una verdeggiante conca protetta dai rilievi che separano il corso del Sangone da quello della Dora Riparia” (da “Giaveno e la sua valle” di Bevilacqua-Minola per Susa Libri). Storicamente, il territorio di Reano è citato per la prima volta su una carta di donazione fatta da Gezone, vescovo di Torino , a favore dell’abbazia di S.Solutore alla fine del decimo secolo. Passò poi sotto il dominio degli Orsini di Rivalta, che si divisero successivamente in tre rami: quelli di Rivalta, i Bersatori di Pinerolo e i Falconieri di Trana. Proprio questi ultimi divennero i signori di Reano. In seguito il feudo passò da un proprietario all’altro fino a Cassiano Dal Pozzo, presidente del Senato di Piemonte, nel 1566, i cui discendenti presero il titolo di Conti di Reano e poi di Principi della Cisterna, con facoltà di battere moneta. L’ultima discendente di questa famiglia, Maria Vittoria, sposò nel 1867 il principe Amedeo di Savoia, duca d’Aosta, figlio del re Vittorio Emanuele II. Il Castello nel corso dei secoli rischiò anche di venire distrutto. Nel 1691-93, venne occupato dal generale francese Catinat, che aveva già semidistrutto quello di Rivoli (il 3/6/1691) e distrutto quello di Avigliana (il 27 maggio 1691, come si legge nella “Storia della Valle di Susa” di Michele Ruggiero), e che diede poi ordine, quando se ne andò, di farlo saltare in aria con le mine. I guastatori francesi però, nelle cantine, furono sorpresi da un gruppo di contadini locali molto arrabbiati, che li neutralizzò, salvando così il maniero da una fine sicura e permettendo a noi oggi di ammirarlo ancora. Molto più indietro nel tempo, nello stesso posto dove si trova oggi il Castello, c’era una “fattoria fortificata” dell’Ordine dei Templari, fondato a Gerusalemme pochi anni dopo la conclusione vittoriosa della prima crociata (1099). Questo ordine religioso-cavalleresco fu riconosciuto ufficialmente il 13 gennaio 1129 dal Concilio di Troyes. Poiché il Castello come tale viene fatto risalire al XIV° secolo è effettivamente probabile che sia stato edificato sulle ceneri della fattoria templare data alle fiamme intorno al 1307, al momento dell’arresto di tutti i Templari per ordine del re di Francia Filippo il Bello. Una storia intricata e intrigante quella dei Templari. In origine erano pochi. I fondatori Ugo di Paiens (1° Gran Maestro) e Goffredo di Saint-Omer, nei primi anni, non reclutarono che sette compagni per un totale quindi di nove cavalieri. Anche se forse il numero tramandato è simbolico. Vivevano in povertà, come monaci, dediti alla penitenza, alla carità e al soccorso dei pellegrini in visita ai luoghi santi della cristianità. Solo in un secondo momento furono spinti proprio dal re di Gerusalemme, Baldovino II, a prendere le armi, costituendosi come ordine cavalleresco. Il re concesse loro perfino di insediarsi nel suo palazzo situato nella Spianata del Tempio (al-Haram al-Sharif), presso l’attuale moschea di Al-Aqsa, la Moschea della Roccia, costruita sui resti dell’antico palazzo di re Salomone: un luogo sacro per eccellenza, sia per i cristiani che per i musulmani. Nel 1100 la zona tra Ramla e Gerusalemme, era infestata dai predoni che si nascondevano nelle grotte lungo il percorso e assalivano i pellegrini provenienti dal porto di Giaffa. Gli attacchi venivano da Egiziani ed Etiopi a sud e dai Turchi a nord. Il compito dei Templari diventava dunque “difendere per quanto possibile i percorsi e le strade maestre dalle imboscate di ladri e assalitori, con particolare riguardo per la sicurezza dei pellegrini”(da una testimonianza di Guglielmo di Tiro riportata dal Barber). Ma per adempiere il compito bisognava avere armi, uomini e mezzi, per cui iniziò l’opera di reclutamento in Europa. Nel giro di pochi anni i Templari diventarono una vera potenza religioso-militare, con una regola di vita rigorosa di stampo monastico dettata dal potente cistercense san Bernardo di Clairvaux che nel “De Laude” rendeva il cavaliere templare un vero e proprio monaco-guerriero. In pratica il cavaliere templare diventava un religioso con “licenza di uccidere”. E uccidere senza per questo cadere nel peccato! Un secolo e mezzo dopo, alle soglie del 1300, pare ci fosse una rete templare di ben 870 castelli sparsi in tutti i Paesi della cristianità occidentale per una forza militare di circa 7.000 uomini. Nel traffico commerciale con la Palestina, i Templari svilupparono anche un efficiente sistema bancario, di cui si servirono nobili e regnanti europei. Tuttavia proprio quando l’Ordine del Tempio era all’apice della sua potenza maturarono le circostanze che ne causarono la caduta: le casse del re di Francia Filippo il Bello erano sempre più vuote. Quasi ovvia la decisione da parte sua di prendere i soldi dove si trovavano, appropriandosi delle immense ricchezze dell’Ordine del Tempio per tappare il buco del suo bilancio. Era il 13 ottobre 1307 quando il re faceva arrestare contemporaneamente, noi diremmo oggi con un “blitz”, i Cavalieri del Tempio in tutto il territorio del regno. Cavalieri che stranamente non combatterono per la loro libertà e non fecero resistenza all’arresto come invece avrebbero potuto essendo armati e addestrati alla battaglia. L’accusa di satanismo e sacrilegio era forse un pretesto ma provocò la morte sul rogo di molti Cavalieri tra cui l’ultimo Gran Maestro, Jacques de Molay , nel 1314. L’Ordine del Tempio era già stato abolito nel 1312 dal Papa Clemente V che tuttavia, stranamente, non lo aveva condannato. Senza addentrarci in ulteriori dettagli e contraddizioni storiche, è importante qui ricordare che, tra le loro numerose conoscenze, i Templari vantavano anche una notevole abilità architettonica e sapevano costruire nei loro castelli, dei nascondigli introvabili per occultare i loro tesori. Si racconta che questo sia accaduto anche qui a Reano, dove il nascondiglio pare fosse un pozzo rotondo a fondo mobile in pietra, incernierato ai vertici di un diametro in modo da permetterne l’apertura in verticale. Dal passaggio si sarebbe scesi in una camera sotterranea. I Templari avrebbero nascosto qui numerose cassette piene di anelli e monete d’oro, gioielli e argenteria per un valore oggi inestimabile. Chiuso il passaggio segreto, riempito il pozzo di terra, sassi e fascine fino al bordo superiore, tutto fu nascosto completamente. Avrebbero poi inciso su una colonna la sua posizione con dei segni della loro “scrittura segreta”. Quando furono arrestati la fattoria fu incendiata e i campi devastati. La colonna purtroppo andò perduta, ma uno studioso, un certo padre Angelico, agli inizi del novecento trovò un’indicazione arcana in un vecchio manoscritto che diceva: “Il pozzo si trova a tre centuple di misura madre in lunghezza e longitudine. A cinque decuple, latitudine e larghezza, queste misure sono orbicolari e si troverà il punto giusto seguendo il raggio solare”. Padre Angelico spiegava che un tempo sorgeva nelle vicinanze una torre con in cima una camera con finestre. Da una di queste la luce solare in una data ora doveva colpire il pozzo e segnarne così l’esatta ubicazione.... Qualche anno dopo, nei pressi del Castello, un contadino trovò una lastra di marmo con incise le seguenti parole: EIS THEOS MONOS – XMG- X TONIKOS – KOG – KAI – HAM – ANE. Il contadino sottopose il suo reperto all’esame di uno studioso, il professor Bertotti, ma la sua traduzione (si trattava a suo dire di semplici invocazioni religiose) non servì a recuperare il tesoro. La lastra era posta forse all’ingresso della fattoria per una funzione forse propiziatoria. Nel 1918 venne ritrovato un anello con incise le parole AGLA e ANNANISAPTA. L’anello fu riconosciuto come risalente al tredicesimo secolo, di squisita fattura orientale e forse appartenuto a un cavaliere reduce dalle Crociate, forse un Templare. La principessa Maria Vittoria della Cisterna, sposa di Amedeo di Savoia, duca d’Aosta e poi re di Spagna, era appassionata ricercatrice di cose del passato e con l’aiuto di una veggente nel 1875 sembrò aver trovato il famoso pozzo nel giardino del Castello. Tuttavia i sondaggi senza un motivo apparente si interruppero improvvisamente e il tesoro rimase dov’era. Altre ricerche furono fatte nel 1895 dalla duchessa di Valmy, ma non diedero alcun risultato e da allora non risulta che ne siano state fatte altre. Il tesoro dunque sarebbe ancora lì, da qualche parte, in attesa di essere scoperto. Ma forse il vero tesoro nascosto sta proprio nella stessa sua ricerca. Come infatti suggeriva la poetessa Marinella Marianelli nella sua poesia La meta, nel 1984:
“Ho smesso da gran tempo
di credermi in viaggio
verso una meta.
E’ il viaggio la meta”.