Il Grande Valico

di Michele Ruggiero

Il Moncenisio, il Grande Valico, come per le sue vicende è stato con proprietà definito, non è ricordato neppure da Strabone, che tuttavia elenca i passi delle Alpi all’inizio del secondo secolo dopo Cristo, mentre Ammiano Marcellino, nel quarto, fa riferimento al Monginevro, il “Mons Matrona” o “Alpi Cottia”. Ciò non significa che non fosse praticato dalla popolazione dei Medulli, ricordata da Plinio e dallo stesso Strabone, che aveva la propria sede nella valle dell’Arc e in quella di Susa.

Le scarse notozie portate a Roma dalla regione valsusina da qualche avventuroso mercante erano poco allettanti: montagne impervie, ghiacci, neve, foreste, popolazioni ostili e bellicose. Non era un quadro incoraggiante, è noto che i Romani erano restii ad avventurarsi tra le montagne. Furono le necessità di guerra a spingerli nella valle della “Duria minor”, ma preferirono raggiungere il Delfinato, la valle della Durance e la Provenza attraverso il Monginevro.

 

Bisogna pertanto giungere all’ottavo secolo per trovare il termine Moncenicio – o meglio Cenisio – nell’atto di fondazione dell’abbazia di Novalesa, quando con l’occupazione di Susa da parte dei Franchi iniziò lo sviluppo del valico.

Ebbe, nei tempi, varie denominazioni; “Mons Seuxinus” o “Geminus”, “Jugum Cibenicum”, “Mons Sancti Dionysii”, più volte “Mons Cilnus”, “Cinesius”, “Cinicium”. È abbastanza singolare che un valico tardivamente scoperto dai Romani, che gli preferirono il Monginevro, e praticato quasi unicamente dalle popolazioni locali, abbia avuto tanti nomi latini mentre la zona del Monginevro attesta la presenza di alcuni toponimi di origine celtoligure come la radice “genev” nel significato di “porta” (“Mons Genevris”), quelle in  -tor e –tur (Thures, Thuras), i suffissi in –asca (“Bardonisca”, l’antico nome di Bardonecchia) e in –ac (“Beulac”, forse Beulard, Solomiac, Bersac), termini giunti sino a noi attraverso le sovrapposizioni romane e romanze.

 

Il valico ebbe anche il nome di “Mons Cinerum”, per il color cenere delle sue rocce calcaree, per la nebbia (“caligo”) da cui sovente è ammantato, oppure per le ceneri di un devastante incendio dei boschi presenti sul colle. L’ipotesi si basa sul ritrovamento durante la costruzione della strada carrozzabile (quella napoleonica, iniziata nel 1806) di alcuni ceppi di larice, a prova che il pianoro era un tempo rivestito di alberi ad alto fusto. Per quanto sia accertato che ancora in epoca romana il limite dell’area boschiva sulle Alpi si inoltrava di circa quattrocento metri al di sopra di quello attuale, è difficile tuttavia pensare ad una folta forestazione in una zona così aspra e battuta dai venti. Altri fecero derivare il toponimo dal torrente Cenischia (senza peraltro spiegare l’etimologia del termine), qualcuno, macabro, dalle ceneri delle cremazioni di molti infelici morti per il gelo, o persi nelle frequenti tormente di neve. Etimologie fantasiose, oggi preda di qualche avventurato raccoglitore di leggende subalpine, storpiature che si sono accavallate nel corso dei tempi con qualche illustre esempio: con Ludovico Ariosto il nome del colle viene tradotto, toscaneggiando, in Monsese, mentre Vittorio Alfieri, che almeno alle origini aveva qualche problema con la lingua italiana, ricorre disinvolto alla pronuncia francese usando un sonoro “Seny” L’origine del toponimoè in realtà più semplice, come spesso avviene: deriva dal nome proprio “Cinisius”, forse appartenuto ad un gallo romanizzato che doveva possedere alcuni pascoli sul colle, così come “Gavinus” diede origine al termine Giaveno, “Alpinus” ad Alpignano e Novalesa deriva da “novalis” nel significato di terra dissodata di recente, il novale.

 

Il valico di Annibale? Nonostante il racconto di Livio e di Polibio (anche nonostante il calcolo delle distanze), nella zona non è stato rinvenuto un solo reperto, Anche indiretto, che confermi l’ipotesi. Per secoli molti si sono accapigliati sulla scoperta del valico praticato dal cartaginese, fino ad alimentare una “questione Annibale” (quando non divenne una maniacale “annibalite”) che ancor oggi trova qualche fantasioso interprete, sino alla noia, dimenticando che alla storia interessa l’avvenimento e le conseguenze, più del luogo.

Nel settembre del 218 a.C. la spedizione militare di Annibale discende in Italia – siamo alla seconda guerra punica – attraverso un valico delle Alpi: per il Monginevro o il Moncenisio, attraverso la valle del Chisone, Sull’Argentera, la regione aostana o la valle del Po, come sostiene Dante? È indubbio che la strada sia da identificarsi con un itinerario gallico. Non ci si avventura attraverso montagne sconosciute con un forte esercito e gli elefanti, senza servirsi di guide del luogo se non praticando un itinerario relativamente noto ai Romani in modo da sorprenderli nella marcia di avvicinamento. La valle segusina avrebbe rappresentato il percorso più breve  per sboccare nella pianura. Il condizionale è d’obbligo. Un’ipotesi molto suggestiva vuole che la strada sia quella del Savine-Coche, conosciuto e frequentato sin dall’Età del Bronzo: dal colle un itinerario preromano scendeva a valle attraverso il territorio di Guaglione e si innestava sulla strada che portava a Susa. Se il cartaginese intendeva sorprendere i Romani, come avvenne, era la più opportuna, ma lo stesso vale – a conferma della labilità di un’ipotesi – per il vicino Clapier, che del resto si innesta sulla medesima strada. Rimane il fatto storico, quello che conta: la comparsa di un esercito punico nell’Italia padana rivelò ai Romani quale fosse l’importanza dei valichi alpini, per cui, sconfitto Annibale, inizieranno una lenta ma costante opera di penetrazione nelle valli alpine.

 

La fortuna del Cenisio è legata ai Carolingi e alla fondazione nel 726 dell’abbazia novalicense ad opera del franco Abbone, che il Cronista della Novalesa ricorda impropriamente come patrizio romano. Abbone era un fedele esecutore della volontà regia, sapeva che nell’economia della guerra e nelle ormai tradizionali contese con i Longobardi il valico assumeva una notevole importanza, quindi era necessario tutelarlo. Del resto i monasteri rivestivano, per i Franchi, uan doppia funzione: li proteggevano come centri del proprio potere politico, ma li consideravano anche come basi di partenza delle proprie guerre, oltre che luoghi di culto e carità. Quello che sarebbe nato nella valle della Cenischia avrebbe assolto a questo compito: gli scopi politici e militari si assommarono a quelli spirituali. Legato alla fondazione della Novalesa, il Moncenisio fu scoperto dalle esigenze della guerra: era la via più breve, se non la più agevole, per mettere in contatto le terre dei Franchi con la Pianura Padana di dominio longobardo. Del resto con l’affermarsi dei Carolingi l’asse del commercio si era spostato verso il nord della Francia ed era venuta meno la funzione del Monginevro.

 

Pertanto Abbone, quasi certamente su direttive del potere centrale, volle che in fondo alla valle della Cenischia, là dove iniziava l’ultimo tratto della strada per il valico, sorgesse un “monasteriolum” in cui potessero trovare rifugio viandanti e pellegrini, ma che servisse anche come base militare al di qua delle Alpi. Allo stesso Pipino, che se ne servì nel 755 nella propria discesa in Italia, se non ad Abbone, si deve la valorizzazione del valico: la primitiva strada venne ampliata e corretta in più punti, quale principale mezzo di difesa furono costruiti – specialmente sul versante francese – alcuni muri di sostegno che oggi forniscono preziose informazioni sul tracciato, la strada ebbe qualche modesta costruzione destinata a luogo di preghiera e dotata nei luoghi più esposti alle bufere di un profondo nartece che offrisse qualche riparo. Infine, con la vittoria dei Franchi sui Longobardi in seguito alla discesa di Carlo Magno nel 774, che soggiornò alla Novalesa in attesa di cogliere l’occasione per sorprendere l’avversario schierato a difesa delle Chiuse valsusine, la divisione politica tra la Torino longobarda e la Valle della Dora venne meno: il colle del Moncenisio rappresentò un transito naturale, l’unione amministrativa tra la valle dell’Arc e quella di Susa portò alla necessità di renderlo più sicuro.

 

La traversata sul valico era un’avventura, così come lo sarà fino ai tempi moderni. Il pianoro del Moncenisio, bello e selvaggio, battuto dal vento, doveva apparire ai viandanti una landa desolata su cui era sconsigliabile indugiare. Di qui la necessità di qualche forma di soccorso ed ospitalità. Mentre non abbiamo notizie certe sull’esistenza in epoca anteriore ai Carolingi di una qualche casa per ospitare i viandanti, risale a Ludovico il pio la fondazione, forse nell’814 o poco oltre, di un ospizio “ad peregrinorum receptionem” dotato di beni terrieri per il suo sostentamento e per l’opera caritativa cui era destinato. Poco dopo, verso l’825, l’imperatore Lotario, nel completare il voto del padre, potenziò la “domus” sul colle con varie donazioni e vi aggiunse le rendite del monastero di San Pietro in Pagno, nel Saluzzese.

Si è a lungo creduto che la “domus” sia sorta sotto l’egida dell’Abbazia della Novalesa (tra le donazioni dell’ente benedettino troviamo infatti le “alpes in Cenisio”, ossia l’uso dei pascoli su quei monti) e che Lotario abbia staccato l’ospizio dalla giurisdizione novalicense, tanto che i monaci avrebbero tentato più volte di riottenerlo. In realtà la “domus” nacque come ente autonomo, l’imperatore donò all’abate Eldorado il monastero di Pagno non per compensarlo del distacco dell’ospizio, bensì per risarcirlo dei beni sottratti dal padre Ludovico al momento della fondazione. Tuttavia, mentre l’abbazia novalicense perdeva lentamente la funzione di ospizio e acquisiva rapidamente fama come centro di cultura, le funzioni della “domus” non appaiono diverse da quelle di altri enti ospedalieri, né vennero meno alla propria originaria ragione d’essere: accogliere e ricoverare i viandanti, oltre a provvedere ai poveri della zona. E controllare il transito sul colle.

 

Dal documento dell’imperatore Lotario risulta inoltre che la “domus” aveva il compito di curare gli infermi (tuttavia negli atti pubblici fino al 1300 e nelle carte private sino al 1227 non si fa cenno a questi ultimi) che in caso di necessità erano accolti e nel limite del possibile curati, benché questo ufficio non fosse sentito come compito istituzionale. Infine, le notizie sulla casa ospitaliera del Moncenisio sono, almeno per i primi tempi, piuttosto scarse e per oltre trecento anni, fino alla metà del XII secolo, mancano del tutto: silenzio che per il IX secolo è da attribuirsi alla presenza saracena nella regione, mentre per l’XI è dovuto ad una ripresa più faticosa della “domus” rispetto ad altre fondazioni caritative.

Detta dai cronisti “chemin de Bourgogne”, la strada si dipartiva da Bramans e attraverso il piccolo Moncenisio seguiva un tracciato che soltanto sul versante valsusuino corrispondeva a quello percorso dai viandanti dopo il Mille: superato il Col Margot, si spingeva lungo la cresta della Gran Croce per discendere alla Ferrera (oggi Moncenisio), quindi al borgo della Novalesa. Fin dal XIII secolo mutò percorso: partendo da Lanslebourg, appena lasciato il paese superava l’Arc su un ponte in legno, sfiorava la cappella della Maddalena e raggiungeva le Ramasse, un gruppo di baite presso i pascoli di San Pietro. Superato il colle, la strada medievale passava tra le casupole della Coupe d’Or, seguiva il torrente Feoz fino al ponte in legno dove incontrava quella che proveniva dal Couloir e di qui raggiungeva le Tavernette, un’altra serie di casupole sparse sul declivio. Il nome della località – derivato dal latino “taverna” – si perderà nel XVI secolo quando vi sarà stabilita una stazione di posta: La Posta, prima locanda quindi “auberge”, è ricordata da numerosi viaggiatori ancora in tempi recenti.

 

Lasciate le Tavernette, dopo aver fiancheggiato la sponda del lago la strada sfiorava la cappella “des Transis” dove era usanza comporre le salme dei morti tra le bufere. In questo caso i corpi venivano interrati soltanto a primavera, quando il disgelo ne permetteva l’inumazione, nel cimitero della Novalesa o della Ferrera. La cappella fu chiusa al culto nel 1858. Raggiunta infine l’antica “domus”, la strada proseguiva per un certo tratto in paino per poi arrampicarsi sulla collina onde evitare il fondo acquitrinoso del torrente Rifreddo, raggiungeva il Col du Chat e di qui la Gran Croce. A questo punto piegava bruscamente verso sud-ovest e successivamente a sud per  sboccare alla prima rampa della Gran Scala e raggiungeva la cappella di San Nicolao dopo aver tagliato le rampe con una serie di scorciatoie. La cappella rappresentava il confine tra Piemonte e Savoia, l’omonima piana si estendeva per circa seicento metri lungo i quali la strada aveva un percordo lineare per poi chiudersi improvvisamente nella breve gola del Passo del Paradiso. Da questa località il tracciato differiva completamente da quello attuale di epoca napoleonica, che discende a Guaglione e Susa con una pendenza abbastanza regolare: l’antica strada, invece, molto ripida, costeggiava il torrente Cenischia per raggiungere la Ferrera e Novalesa. Tra i due paesi sono ancora visibili alcuni tratti dell’antico tracciato.