Il Pian della Mussa nello spazio
di Gianni Castagneri
Il 9 maggio del 1952 la tranquilla quiete del Pian della Mussa fu squarciata da un fragore insolito. Poche persone, assorbite dai primi lavori di una primavera mattiniera, favorita da un inverno arido di precipitazioni, avvertirono quel frastuono e ben presto rimossero l’argomento.
Solo molti anni dopo, in occasione delle commemorazioni del quarantennale dello sbarco sulla luna, apparve su di un giornale il ricordo del primo razzo italiano a combustibile liquido a volare con successo.
Si scoperse così che in quel lontano giorno di cinquantasette anni prima, una minuta persona di straordinaria semplicità e modestia, l’ingegnere torinese Aurelio Robotti, aveva scelto proprio il Pian della Mussa per svolgere i suoi esperimenti.
In quei tempi il celebre pianoro dovette sembrare il luogo ideale per gli scopi sperimentali di uno dei pionieri delle attività spaziali italiane, così lontano dai centri abitati e comunque facilmente raggiungibile, oltretutto in un periodo dell’anno ancora relativamente tranquillo.
Robotti, tenente del Genio Aeronautico e docente del Politecnico di Torino, avviò un programma di sviluppo di missili, denominati AR dalle sue iniziali. Nel 1950 progettò il missile teleguidato contraereo AR-1, ad ossigeno liquido ed alcol etilico. Studiò poi l’uso di altri propellenti, come acido nitrico ed anilina, sviluppando una quindicina di modelli. Il 9 maggio del 1952 il suo prototipo AR-3, lanciato dal Pian della Mussa suggerì la via concreta verso l’utilizzo di nuovi mezzi di trasporto spaziale. Il missile si alzò per alcune centinaia di metri per poi scomparire dietro una collina, come raccontò poi egli stesso.
Nel 1955 il ministero dell’Aeronautica assegnò alla Whitehead-Motofides (Fiat) con sede a Livorno una commessa per missili AR-15, sempre studiati da Robotti. Il geniale pioniere si occupò, nelle sue pubblicazioni e nei suoi articoli divulgativi, anche di propulsori elettrotermici, di vettori aviolanciati, dell’utilizzo dell’energia solare e dei vantaggi di una base lunare. Nel 1958 con l’astronomo Giorgio Abetti, direttore dell’osservatorio di Arcetri, curò la rubrica televisiva “Uomini nello spazio”, uno dei primi programmi scientifici e il primo dedicato all’astronautica, della neonata televisione che, proprio a Torino, aveva avuto la sua culla.
Morì nell’estate del 1994 all’età di 81 anni, ignorato da tutti. Ma il coinvolgimento balmese nelle sorti spaziali non si concluse con quell’esperimento. Ironia della sorte volle che qualche anno dopo proprio l’acqua a bassa mineralizzazione delle sorgenti montane, che da quasi un secolo viene intubata e condotta all’acquedotto di Torino, nuovamente si legasse in modo insolito alle questioni spaziali. Nel 2002 infatti una commissione scientifica scelse le acque del Pian della Mussa per approvvigionare l’equipaggio americano imbarcato nella Stazione Spaziale Internazionale (ISS).
Come spesso succede nei piccoli paesi, la riscoperta mediatica di quel curioso evento, ha portato alla luce anche alcune testimonianze più concrete. Dagli archivi di Pancrazio Castagneri (Gino d’Bucalìn) sono infatti comparse alcune illustrazioni fotografiche del missile. Egli in quegli anni gestiva con la famiglia il ristorante “Genzianella” al Pian della Mussa, e durante una delle sue escursioni estive ritrovò il razzo -ed era il 1953- nei pressi dei pascoli detti “della Battaglia” verso Pian Ciamarella. Se lo caricò sulle robuste spalle di montanaro ventenne e trasportatolo a valle, lo fotografò, prima di smontarne i componenti.
Lassù, dove il cielo è più vicino e sembra a volte di toccarlo con un dito, si scrissero e ancora si alimentano alcune importanti pagine dell’esplorazione spaziale.