Marrons, slitte e ramasse
di Michele Ruggiero
Malgrado la presenza saracena, un flusso di pellegrini e viandanti si incanalava per il Moncenisio, già nel XII secolo il colle aveva assunto il ruolo di principale via d’accesso all’Italia, almeno per le Alpi occidentali. L’Abbazia della Novalesa aveva rinnovato la propria vita, sebbene non fosse tornata all’antico splendore. Ignoriamo l’epoca della sua restaurazione ad opera di Gezone, abate di Breme, contado di Lomello, dove i monaci avevano trovato rifugio in fuga dai saraceni; secondo i documenti dovrebbe risalire ai primi anni del secolo XI come priorato della stessa comunità di Breme, tuttavia la giurisdizione dei monaci novalicensi fu limitata alla valle Cenischia da Pietra stretta (Mompantero) al colle. Soltanto in seguito l’abbazia svilupperà una propria autonomia grazie alle donazioni dei pellegrini in transito, generosi nel ricordo delle passate paure e riconoscenti per gli scampati pericoli, in quanto il superamento delle Alpi presentava gravi difficoltà e rischi di ogni genere, non ultimi briganti e ladroni di strada.
L’uso di servirsi di guide per valicare i passi alpini è molto antico, quasi certamente risale ad epoca preromana. Alcuni abitanti delle terre più prossime al Moncenisio misero a frutto la propria capacità di guide e portatori in aiuto di coloro che si avventurassero sul valico; per gli uomini di Lanslebourg, Ferrera e Novalesa divenne un mestiere. Tuttavia, per evitare una dannosa concorrenza, coloro che più tardi si diranno “marrons” si associarono in corporazioni, o compagnie, la cui presenza è attestata sulle Alpi occidentali già nel XII secolo. Risale invece al XIII la concessione di immunità e privilegi ai montanari che si impegnavano nel soccorrere i viandanti e nel segnare la via con pali per evitare smarrimenti quando la neve ricoprisse il cammino (la pratica è già ricordata da Ammiano Marcellino per il quarto secolo).
Si transitava con ogni tempo: se nei mesi estivi – un’estate, sul valico, molto breve – il disagio era limitato alla fatica, d’inverno al freddo, alla neve e al ghiaccio di aggiungeva il timore delle valanghe e delle tormente. Era facile perdere la strada, non tutti potevano assoldare una buona guida. Spesso il freddo era tale che pellegrini e viandanti non esitavano a sradicare i pali conficcati nella neve per bruciarli e scaldarsi: per evitare questa disperata soluzione, in luogo dei pali vennero conficcate delle lunghe croci – confidando nel timore del sacrilegio; l’accorgimento ottenne il proprio scopo e soltanto in seguito si tornò ai pali, altissimi, dovendo superare lo spesso strato nevoso.
Sul colle il viandante veniva accolto presso l’Ospizio, in fondo alla valle della Cenischia all’Abbazia della Novalesa, a Susa esistevano l’Ospedale di Santa Maria, che già nel XII secolo poteva ospitare seicento degenti all’anno, la casa ospitaliera dei Templari e l’ospedale degli Antoniani in regione Marzano.
A San Giorio era attivo un piccolo ospedale, forse dipendente dai novalicensi, un secondo a Bruzolo come dipendenza dell’Ospizio del Moncenicio, a Sant’Ambrogio era da tempo in funzione quello dei monaci clusini, ad Avigliana esisteva quello di San Cristoforo e dei SS. Martino e Quirico in Borgo Vecchio (risulta che nel 1384 l’ospedale disponeva di ventiquattro letti ed era in funzione ancora nel 1586). Superata la Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso, ossia di rivus inversus”, con il suo celebre ospedale specializzato nella cura del “fuoco di Sant’Antonio”, a Rivoli si trovava la casa ospitali era dei Disciplinati di Santa Croce annessa alla chiesa di San Bartolomeo in Borgonuovo, esistente dal 1256 e retta dai monaci dell’abbazia di Rivalta. Gli ospedali sorti lungo la strada, oltre all’opera di carità, avevano la funzione di “filtro” per evitare il diffondersi delle malattie e in particolare di quelle infettive, comunissime.
Percorribile dai carri sino a Susa e a Novalesa, la strada fu designata con vari nomi, da quello comune di via pubblica “pereginorum et viatorum” a “francigena” o “romea”, da “lombarda” (il nome dei mercanti italici, a Parigi esiste tutt’ora una “rue des lombards”, a Londra “Lombard street”) a “Pellerina”, termine ancor oggi in uso per la tratta che dalle Basse di Stura porta a Collegno.
Scendendo dal valico alla Novalesa terminava la parte più avventurosa del viaggio. Superata Venaus, si giungeva a Susa per Porta savoia, quindi Bussoleno, san Giorio e sulla riva destra della Dora, sfiorando il “masso d’Orlando”, Villarfocchiardo e Sant’Ambrogio. Infine per i Bertassi, dove l’antica strada tra la campagna percorre quasi fedelmente il tracciato medievale, si giungeva al Borgo Vecchio di Avigliana. Nell’ultimo tratto, fin dagli anni attorno al Mille, la strada volgeva a sud per sfiorare Sant’Antonio di Ranverso: una parte dell’antico itinerario è ancora visibile ed ha conservato il nome di antica strada di Francia.
L’interesse dei principi di Casa Savoia era quello di rendere il valico che congiungeva i loro territori (la valle di Susa con quella d’Aosta fu il primo tra i domini sabaudi al di qua delle Alpi) sempre più sicuro, pertanto l’Ospizio del Moncenisio divenne oggetto di un’attenta cura, il prevosto della “domus elemosinaria” un personaggio importante, quasi il custode del valico. L’Ospizio raggiunse tale fama, e tante furono le sue benemerenze, che nel 1277 Edoardo re d’Inghilterra gli fece dono della chiesa di Wotton con le connesse rendite. Per la repressione del brigantaggio furono emanati severi ordini: i conti della castellania di Avigliana dei primi anni del Trecento registrarono la spesa sostenuta per il mantenimento in carcere ed il supplizio di un malandrino “qui interfecerat quendum marcatorem in itinere versus Laucemburgum”, Lanslebourg; nel 1327 Edoardo di Savoia assolse l’abate e il castellano di Novalesa dall’accusa di aver fatto tagliare le orecchie ad un brigante reo di aver trasformato la strada romea nel teatro delle proprie imprese di delinquente.
Il Grande Valico divenne la strada obbligata per Federico I Barbarossa in fuga dell’Italia e dall’umiliante smacco di Susa, di papa Eugenio III diretto al concilio di Reims, delle spoglie di San Luigi, il re di Francia morto di peste a Tunisi e riportato nella propria patria. Fu la strada di Enrico IV diretto all’umiliante e drammatico incontro di Canossa e di Enrico VII del Lussemburgo, sceso nell’ottobre del 1310 nella propria breve ed infelice spedizione contro Roberto d’Angiò, il “re da sermone” di Dante.
Quando Enrico IV scese in Italia per ottenere la revoca della scomunica papale la strada per Roma fu quella del Moncenisio in quanto i principi tedeschi gli avevano precluso il transito per le alpi centrali. A Natale 1076 la famiglia imperiale giunse in Savoia, Enrico era accompagnato dalla moglie Berta, figlia di Oddone e di Adelaide di Savoia, dal figlio Enrico e dall’abate Ugo di Cluny. Furono accolti dalla contessa sabauda, suocera dell’imperatore, che approfittò dell’occasione per imporre precise condizioni nel superamento del valico, da parte sua Enrico IV non chiese soltanto la libertà di transito ma anche l’appoggio della “comitissa” presso Matilde di Toscana, sostenitrice del papa e cugina della stessa Adelaide. La salita al valico, nel pieno dell’inverno, fu lenta e difficile. L’imperatrice, spaventata, da Lanslebourg al colle fu trasportata in una sorta di slitta – antenata delle “ramasse” – trainata a forza di braccia dai montanari dell’Arc, sulla cima del colle venne avvolta, unitamente al figlio, in una pelle di bue assicurata da funi e trascinata nella discesa sulla neve, mentre una guida, afferrata una fune, faceva da freno. Enrico IV scese a piedi, con qualche difficoltà e stramazzando spesso al suolo.
La facilità con cui i principi sabaudi valicavano il Moncenisio non significa che le condizioni di viabilità fossero ideali e facile la traversata; ad ogni loro spostamento le popolazioni dei due versanti alpini erano tenute a riassestare la strada, fornire animali da soma e vettovaglie, oltre a prestarsi come portatori e guide. D’altra parte la mobilità era indispensabile, non solo per relazioni politiche e diplomatiche, ma anche per il controllo del territorio e il mutamento delle residenze, in quanto la capitale era là dove risiedeva il principe con la propria corte, che fosse Chambéry o Thonon, Avigliana, Rivoli o Ripaille. Frequenti inoltre i viaggi per legami di famiglia, matrimoni, nascite o semplici visite di cortesia.
Nei propri continui spostamenti i principi sabaudi si muovevano in vere carovane con i famigliari, un folto seguito di cortigiani e armati, medici e speziali, anche con beni mobili, argenteria, vasellame e tappeti, pertanto era necessario un gran numero di cavalcature, animali da soma, asini e muli requisiti alle genti del luogo, lettighe, “cadrighe”, portantine e slitte. Per il bagaglio di Bona di Borbone nel 1369 occorsero trentanove muli.
I principi d’Acaia, ramo collaterale dei Savoia, valicavano frequentemente il colle per visitare i propri parenti a Chambéry o Montmellian. Filippo I d’Acaia nel giro di due mesi lo superò per due volte e, avendo pernottato a Susa, tra le spese del tesoriere è elencata anche quella dell’”herba pro camera”: in luogo dei tappeti si usava spargere sul pavimento erba fresca o foglie, secondo la stagione. Filippo II, ancora del medesimo casato, all’età di undici anni superò il colle su una lettiga coperta, foderata in panno e retta da undici portatori con un seguito di quindici cavalli. Nel 1310 Amedeo V di Savoia, nell’accompagnare a Roma il cognato Enrico VII del Lussemburgo, aveva un seguito di numerose dame in lettiga. Sua moglie Maria di Brabante superò il colle due anni dopo in “cadriga”, una sorta di portantina sospesa a lunghe pertiche, il bagaglio trasportato da ventidue muli e le vettovaglie da una carovana di uomini e buoi.
Intensi i traffici, era viva la contesa per ottenere privilegi ed esenzioni dai pedaggi: astigiani, o meglio astensi, milanesi, torinesi e chieresi erano in guerra aperta. Tra i privilegiati i mercanti lombardi: Aimone il Pacifico, conte di Savoia, concesse loro nel 1332 varie esenzioni, altre più importanti furono concesse una decina di anni dopo da Amedeo VI, che anzi ordinò la costruzione di nuove 2suste”, i luoghi di deposito per le merci, e garantì l’immunità fiscale fino a tre mesi dallo scoppio di una guerra. Fin dalla fine del XIV secolo tra Susa e Rivoli, alcuni appaltatori affidavano i convogli a bovari pagati a giornata, assicuravano il trasporto delle merci e provvedevano al pagamento dei vari pedaggi. Si trattava spesso di lombardi e provenzali, in qualche caso di toscani.
Il transito delle merci era scrupolosamente annotato, i gabellieri dovevano sempre essere reperibili, tanto che presero l’abitudine di abitare presso il luogo di esazione, il registro consegnato al castellano locale. Talora l’imposta veniva esatta in modo patriarcale: a Rivoli al gabelliere spettava un cacio per ogni carro merce in transito. Le voci dei pedaggi rivelano le merci più ricorrenti: panni, cera, vacche, maiali, asini con il loro carico, formaggi. Fino al XII secolo il pedaggio veniva esatto sul riso, sulle arance, su profumi e medicamenti, sui coloranti, tra cui il brasile proveniente dall’India, il carminio e l’allume, la cui richiesta era in costante aumento. Sulla fine del medesimo secolo comparvero il cotone, la seta grezza, il damasco, la mussolina e la garza, accanto a fustagni di produzione italica e panni di Fiandra riesportati a lavorazione finita. Ancora più intenso il traffico dei prodotti di uso immediato, oltre a quelli della pastorizia e della terra: sale, di cui si faceva anche contrabbando, cuoio, rame, ferro lavorato, terraglie. Un movimento considerevole era dato dalla transumanza: le greggi e le mandrie in transito erano numerose, anche una vera esportazione, e viceversa. In questo caso i mercanti della valle diretti in Savoia per acquistare il bestiame erano soliti pagare globalmente i vari pedaggi cui erano sottoposti.
Chi lasciava la Novalesa diretto al valico dopo un’ora e mezza di salita raggiungeva la Ferrera (o Ferrere) il cui nome di origine latina – da “ferre”, portare – rivela l’antico mestiere della popolazione del borgo, in gran parte formata da portatori. Noto fin dal Quattrocento, il borgo rappresentò un importante posto di tappa ancora alla fine del XVI secolo quando, con l’avvento delle carrozze, la sua importanza fu declassata a favore della Novalesa. Dalla Ferrera la mulattiera portava, attraversando una zona scoscesa e pericolosa per la caduta di valanghe, al piano di San Nicolao e di qui alla Gran Croce, che delimitava il Piemonte dalla Savoia. La piana del Moncenisio, sino a San Nicolao, era pertinenza di Lanslebourg, così anche il lago che per concessione dei Savoia dipendeva dal medesimo comune. Le contestazioni sui diritti di pesca, specie con l’Ospizio, furono continue. Un gruppo di eremiti aveva eletto il piano di San Nicolao, freddo e spoglio, a propria residenza: quando, nel 1418, papa Martino V, di ritorno dal concilio di Costanza, superò il valico, gli eremiti gli rivolsero una supplica per la costruzione di un rifugio in quella località. Giunsero il permesso e i fondi: la casa di rifugio, una sorta di ospedaletto, assolse il proprio compito fino all’inizio del XVII secolo, dopodichè non se ne ebbero più notizie.
La piana del Moncenisio era dominata dall’Ospizio. Fin dal 1227 papa Gregorio IX aveva posto l’Ospizio sotto la protezione speciale della Santa Sede e aveva conferito al prevosto notevoli privilegi, tra cui quelli di amministrare la cresima, consacrare chiese e altari, fino a conferirgli il potere di un vescovo con giurisdizione su molte chiese della valle di Susa e della Maurienne. Il prevosto peraltro, data la povertà della zona, aveva sotto di sé poche decine di anime.
Nel 1463 il capitolo del Moncenisio era formato da sette monaci. La vita era arcigna e forte, quasi militaresca, ma meno monotona di quanto si possa immaginare, né la regola rigida. Alle porte dell’Ospizio giungevano pellegrini e poveri in cerca di rifugio, anche importanti personaggi con i loro racconti e le loro vicende: c’era qualcosa di avventuroso nell’ospitalità da offrire, nel soccorso da portare e nei pericoli da affrontare, pertanto i cadettio dlle grandi famiglie nobili, che la tradizione voleva uomini di Chiesa, ambivano far parte di quella congregazione che nella pratica della carità affrontava violente bufere di vento e neve per rintracciare qualche viandante sperduto sul valico. Molti religiosi vissero in una certa indipendenza, talora finirono per incorrere in scomuniche, talora in vere ribellioni, forse dettate da quel senso di avventura che il contatto con la natura selvaggia e aspra poteva alimentare. Nel 1410 il prevosto Aymone di Romagnan abbandonò l’Ospizio per indossare la corazza e seguire in guerra il principe d’acaia: fu prima scomunicato e poi assolto. Un altro rifiutò di pagare, nel 1421, le rendite dovute al papa e un terzo prevosto, vent’anni dopo, si sottrasse al concilio di Basilea dov’era stato convocato.
Frattanto lungo la strada andava sviluppandosi una modesta rete alberghiera: la Ferrera contava quattro alberghi che peraltro dovevano avere una ridottissima capienza, pochi letti soltanto. Nel 1440 Margherita di Savoia, diretta a Ginevra, giunse nel borgo con un largo seguito, tra cui un medico e un chirurgo, e trascorse una notte all’albergo del Montone mentre i cortigiani si sistemavano in quello dell’Angelo e di Sant’Antonio. Qualche decennio dopo, un’altra duchessa, Jolanda, tutrice di Filiberto I, partita in soccorso di Carlo il temerario, giunse alla Ferrera – era il febbraio del 1476 – e con i tre figli minori andò a sistemarsi presso un quarto albergo, quello della Croix Blanche. La duchessa, i figli e i cortigiasni (avevano pernottato all’Albergo del Montone) superarono il colle su alcune imponenti portantine, tanto da dover essere modificate, dopo che i “marrons” della ferrera avevano dichiarato che con quegli ingombri era impossibile risalire la mulattiera. Perché non si annoiassero nel chiuso delle pportantine ai bambini furono forniti alcuni giochi come passatempo, tra cui uno di carte.
La parte più divertente ed emozionante del viaggio, quella che costituiva una vera attrazione nei passaggi invernali, era la veloce corsa con le slitte, le ramasse, dal colle a Lanslebourg. È difficile stabilire quando questo sistema di discesa venne adottato, in quanto l’idea di scivolare sulla neve (ma d’estate anche sui pendii erbosi) è antica, l’uso di farsi “ramasser” risale forse alla fine del Trecento o ai primi decenni del secolo seguente. Sappiamo che le ramasse furono usate per il bagaglio di Margherita di Savoia e che la duchessa Jolanda, appena superato il Moncenisio, trovò alcune slitte “pour rammasser” trainate fino al colle per mezzo di buoi.
I viandanti provenienti dal Piemonte erano attesi alla Ramassa (la località prese il nome da quell’uso) dai “marrons” e seduti sulle rozze e robuste slitte, preceduti da un montanaro che faceva da apripista e guida, erano condotti a valle in una decina di minuti o poco più. Il tratto iniziale aveva una pendenza del trentacinque per cento, da discesa sulla neve, quasi sempre gelata per l’esposizione settentrionale della zona, era veloce ed inebriante, ma era necessario qualche prudente coraggio in quanto i “marrons” erano piuttosto spericolati.